bloggandolatesi

Blog creato per la mia tesi in sociologia della comunicazione sui blogs

Me stesso medesimo

Utente: nazzza
Sono un laureando in Scienza della Comunicazione e ho scelto i blogs come argomento della mia tesi facendo così convergere tutte le conoscenze acquisite in questi anni di studio (psicologia, sociologia, informatica, giornalismo, editoria multimediale..)su un unico argomento, i blogs appunto. Ho deciso di aprire questo blog dove non solo potrò pubblicare gli sviluppi della mia tesi giorno per giorno ma raccogliere anche consigli di altri bloggers per una lavoro che non si esaurirà il giorno della mia tesi ma, in questo enorme cantiere sempre aperto che è la rete, continuare anche successivamente

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lunedì, 21 marzo 2005

Tra poche ore sarò a Teramo, domattina, se tutto andrà bene, sarò laureato.
Non sono preoccupato, almeno non quanto immaginavo.
Appena possibile posterò le novità

Postato da: nazzza a 14:04 | link | commenti (1) |

sabato, 05 marzo 2005

 

Conclusioni

 

 

La blogosfera è un fenomeno relativamente nuovo ed è difficile fare delle previsioni su come evolverà nel prossimo futuro. Fra l’altro, la flessibilità dei blog dipende da un grandissimo numero di “editori”. Il che mi fa pensare alla comunità dei blogger come a quelle grandissime nuvole composte da milioni di pesciolini che navigano negli oceani e che, apparentemente in contemporanea e repentinamente, cambiano direzione e forma.

Per quanto riguarda il potere dei blog, esso è stato ridimensionato dopo che, durante le ultime elezioni presidenziali americane, sono state diffuse nel weblog delle previsioni rivelatesi poi errate. Diversi media tradizionali non hanno dato credito a quegli exit pool che, invece, si accreditavano tra i weblog, allargandosi a macchia d’olio e facendo credere a molti utenti che Kerry avrebbe vinto.

Ritengo, tuttavia, che tra i nuovi strumenti di comunicazione il blog – per le sue finalità generiche (diaristiche, salottiere…) o specifiche, come corporate blog, K-log, edu-blog, e per come riesce a mutare interfacciandosi plasticamente con gli altri mezzi di comunicazione divenendo di volta in volta audiblog, photoblog, moblog, vog – sia fondamentale nell’ambito di quella che Lévy definisce “antropologia del cyberspazio” (Lévy, 2002).

L’espressione un po’ qualunquistica “siamo di fronte ad un cambiamento epocale”, mai come oggi, infatti, trova giustificazioni. “Non si tratta soltanto del grande spostamento delle economie occidentali verso il terziario, ma di un movimento molto più profondo, di ordine antropologico. A partire dagli anni settanta, per l’operaio, l’impiegato, l’ingegnere diventava sempre meno possibile ereditare la tradizione di un “mestiere”, farla propria e trasmetterla quasi intatta, stabilirsi durevolmente in un’identità professionale. Non solo le tecniche si trasformavano a un ritmo accelerato, ma diventava indispensabile imparare a confrontare, regolare, comunicare e riorganizzare la propria attività. Bisognava esercitare costantemente tutte le proprie potenzialità intellettuali. […] Ora, questa mobilitazione costante delle capacità cognitive e sociali implica necessariamente un forte coinvolgimento soggettivo”(Lévy, 2002). Un coinvolgimento mentale, ma anche emotivo e affettivo, che trova terreno fertile nella Rete – luogo di informazione e comunicazione – e soprattutto, come ho cercato di spiegare in questo lavoro, nella realtà emergente della blogosfera.

Postato da: nazzza a 19:06 | link | commenti (2) |
7 conclusioni

 

5 I blog e la politica

5.1 Come i blog entrano in politica

I blog sempre più spesso vengono usati per le campagne elettorali. In un articolo scritto per Wired Magazine, Lawrence Lessig (Lessig, 2003) afferma che i blog sono la prima vera innovazione apportata da Internet e faranno la differenza nelle elezioni politiche, riferendosi in particolar modo al massiccio uso dei blog cui hanno fatto ricorso molti candidati democratici per le ultime elezioni presidenziali USA. Nelle presidenziali del 2000 le mail  iniziano ad essere usate per la campagna elettorale e i siti Internet iniziano ad essere utilizzati dai candidati per pubblicizzare i propri programmi. Per le elezioni del 2004 assistiamo ad un uso massiccio di Internet, sia per organizzare volontari in ogni angolo del paese, sia per raccogliere fondi: nel 2003 il candidato Howard Dean raccoglie 40 milioni di dollari grazie quasi esclusivamente a piccole donazioni  online; anche John Kerry raccoglie circa la metà dei fondi in rete.

I weblog ormai vengono utilizzati frequentemente nelle campagne elettorali, tanto che è nato un interessantissimo blog, The Blogging of the President: 2004 (http://www.bloggingofthepresident.com/) che documenta il ruolo dei blog nella campagna presidenziale 2004, in quanto i suoi autori sono sicuri che i blog hanno trasformato la politica elettorale americana e i media. Nella prima pagina del sito è scritto:

“Noi crediamo che il modo in cui l’ America sceglie il suo Presidente è legato al modo in cui l’America concepisce se stessa, e qualcosa circa questo modo è cambiato nel 2004. In qualche modo l’ HTML e i blogs sono ora  pilastri della Repubblica effettivamente un nuovo modo di fare politica sembra emergente e potenzialmente dominante”.

Questo nuovo metodo di far politica basato sui blog, e quindi basato su un dialogo, è indubbiamente emergente: l’elettore può ascoltare e può far sentire la sua voce.

La Democratic National Committee, che ha il proprio weblog (http://www.democrats.org/blog)  dichiara:

“Che cosa c’è di così differente nei blog, per cui molte persone si sono rivolti a loro come fonte di informazione e come comunità? E’ un’altra mania di Internet di cui non rimarrà traccia nella nostra memoria entro qualche anno? Noi non pensiamo sia così. Una delle lamentele più comuni dei politici e dei partiti politici è che non c’è reale comunicazione tra noi a Washington e il resto dell’America”.

 

 

5.2 I cittadini commentano la politica

Un weblog da prendere come esempio di blog da campagna elettorale è quello di Howard Dean (http://www.blogforamerica.com/). La sua campagna elettorale viene curata da Joe Trippi, che combina una campagna tradizionale con una innovativa, sfruttando le potenzialità di Internet e ottenendo risultati eccezionali.

Il blog di Dean  viene aggiornato 10-20 volte al giorno da diversi leader della campagna elettorale o da “guest bloggers”, spesso famosi, in cui i lettori vengono informati delle novità riguardanti la campagna elettorale: dove Dean andrà a parlare, eccetera. Non viene utilizzato un linguaggio da articolo di giornale, ma si cerca di costruire un dialogo; le persone partecipano scrivendo i propri pensieri che poi verranno elaborati dal team di Dean per futuri discorsi e apparizioni pubbliche.

Il direttore della campagna Internet di Dean, Zephyr Teachout, afferma che ormai:

“… la tecnologia è arrivata a un punto in cui questi strumenti sono accessibili a tutti. La chiave è che noi utilizziamo questi strumenti per permettere un reale spostamento del potere politico verso le persone, che noi trattiamo come persone, piuttosto che come elettori” ( McCullagh, 2004).

Secondo Joi Ito un weblog ha successo perché decentralizzato e perché offre uno spazio democratico dove scambiarsi le idee (Ito, 2003).

Per evitare trolls e spammers è necessaria la registrazione, dopo aver effettuato questa chiunque può postare sul blog; proprio la possibilità che viene offerta ai lettori del blog di postare differenzia un weblog elettorale da un normale sito elettorale. Questo è vantaggioso per i candidati, lo stesso Dean in una intervista a Wired Magazine (http://www.wired.com) afferma come questo costante feedback con i suoi lettori e potenziali elettori lo aiuti a plasmare la sua immagine pubblica:

“La Comunità di Internet si sta domandando quale sia il suo ruolo nel mondo della politica. Per portare avanti questa campagna ascoltiamo le persone comuni, e il modo migliore per farlo è attraverso la Rete. Noi ascoltiamo. Noi prestiamo attenzione. Se io faccio un discorso che non piace ai lettori del blog, la prossima volta cambio discorso” (Dean in http://www.wired.com, 2004).

Dopo Dean tutti gli altri candidati aprono un blog, utilizzando le sue stesse strategie: aggiornamenti, commentari, link a siti di supporto e possibilità di versare contributi online.

Brian Krebs in un articolo del Washington Post afferma:

“Sponsorizzare una chat o creare un weblog dove le persone possono dar voce alle proprie opinioni e fare domande è il modo più popolare per i candidati per comunicare con i giovani” (Krebs, 2004).

I giovani sono quelli che più spesso mostrano tendenze apolitiche e sono indecisi su chi votare. Attrarre i voti dei giovani è estremamente importante per tutti i candidati. Dal momento che i giovani utilizzano Internet per raccogliere informazioni e cercare notizie, una campagna online offre notevoli vantaggi. Per questo Dean ha creato un altro blog, Generation Dean (http://www.generationdean.com/), indirizzato espressamente ai giovani e linkato al suo blog blogofamerica.com.

 

 

 

 

5.3 Politica: tra blog e media tradizionali

Contrariamente ai blog elettorali, che sono un fenomeno nuovo, i blog che trattano di politica sono nati con i primi blog. Per molti, questi blog hanno sostituito i media tradizionali, e in particolar modo la televisione. Molti autori di questo tipo di blog sono insiders nel mondo della politica e del giornalismo, e molte volte il blog permette loro di pubblicare informazioni che non sempre possono essere pubblicate sui quotidiani.

Grazie ai blog, quindi, esiste anche una informazione alternativa a quella dei media tradizionali, e spesso in contrasto con questa; un caso significativo circa l’opposizione tra blog e  media tradizionali è avvenuto durante la campagna elettorale di Dean. Durante un dibattito televisivo Dean viene accusato in televisione di essere eccessivamente aggressivo e di utilizzare un tono di voce eccessivamente forte; in particolare la televisione critica un urlo di Dean e lo accusa di perdere facilmente la calma. Molti blogger e commentatori presenti al dibattito denunciano che l’urlo di Dean è stato esasperato dai media; la faccenda ottiene una risonanza tale che la ABC  deve ammettere il proprio errore.

 

5.4 I blog possono cambiare la politica?

Dean grazie al suo blog è riuscito a costruire una comunità online molto forte: nell’ Agosto 2003, in una cena per raccogliere fondi, Bush ottiene 1 milione di dollari da ricchi donatori; sul blog di Dean viene proposto di sorpassare il traguardo di Bush con piccole donazioni provenienti da tutto il paese e, in una settimana, Dean raccoglie 1.5 milioni di dollari da 18000 donatori: le grosse corporazioni che finanziano Bush sono state battute dalla gente comune.

Nonostante tutte le premesse facessero pensare ai blog come a una rivoluzione nel modo di fare politica, i Democratici, che sono stati i primi ad utilizzare i blog per la campagna elettorale, hanno perso.

Exley, responsabile della campagna di Kerry su Internet solleva parecchi dubbi sull’efficacia di una campagna elettorale online. Chuck De Feo, responsabile Internet dei repubblicani arriva a sostenere che un reticolo ben costruito sul campo, è meglio di una blogosfera in ebollizione permanente. C’è poi chi, come Trippi, responsabile Internet di Dean, è per una politica divulgativa e per un linguaggio politico da utilizzare in rete; chi, come Exley, ritiene che la comunicazione online deve essere informale, antipolitica e poco divulgativa; infine, chi, come De Feo, responsabile di Bush per la comunicazione in Rete,  coinvolge i cittadini offrendo sul proprio sito Internet lettere precompilate da inviare ai giornali per esprimere gradimento per l’operato di Bush, indicendo anche un concorso a punti per chi invia più lettere clonate. Fino ad ora è risultata vincente la tecnica di quest’ultimo, ma ho fiducia nelle potenzialità dei blog: credo siano lo strumento ideale per permettere ai cittadini di riappropriarsi della politica.

Postato da: nazzza a 19:05 | link | commenti |
6 i blog e la politica

venerdì, 04 marzo 2005

4. I blog e le comunità virtuali
4.1 Le comunità virtuali: quando nascono
Si parla spesso di comunità virtuali come se questo fosse un nuovo ed incredibile evento. In realtà il fenomeno delle Virtual Community nasce appena diventa possibile collegarsi tramite una linea telefonica a un computer remoto che può  “ospitare inquilini virtuali”.

Nei primi anni ’80 movimenti clandestini e anarchici come i Computerfreakers o i Phonefreakers iniziano a scambiarsi informazioni, codici, password in rete. Nascono così in modo spontaneo le prime Virtual Community, che creano un forte senso di appartenenza aggregando i navigatori con interessi in comune.
Grazie alle BBS (Builletin Board System), che rendono più facile l’accesso alla rete le Virtual Community cominciano ad essere sempre più diffuse e un numero sempre maggiore di appassionati di informatica inizia a scambiare software e informazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4.2 Le comunità virtuali: cosa sono e come funzionano

 Le Virtual Community funzionano nello stesso modo delle comunità “reali”: gli uomini sentono la necessità di aggregarsi con persone che condividono gli stessi interessi. In queste comunità nasce un vero e proprio centro di aggregazione in cui persone con un interesse o più interessi in comune portano avanti la propria passione creando una    complessa rete di relazioni interpersonali.

Le comunità virtuali con un maggior numero di utenti, con maggior forza in termini di relazioni e con una lunga durata nel tempo sono quelle che nascono in maniera spontanea e naturale, chiamate Bottom-Up Communities. La logica che le rende vincenti sugli altri tipi di comunità risiede nei principi di autocollocazione ed eterocollocazione delle risorse e degli esseri umani. L’autocollocazione sarebbe una determinazione spontanea nel ricoprire spazi lasciati liberi dagli altri partecipanti per quanto riguarda competenze, informazioni, azioni; l’eterocollocazione, invece, è un progressivo e naturale riassestamento e ricollocazione dei precedenti ruoli ricoperti dai primi partecipanti.
I meccanismi di unione e aggregazione affiliativi sono casuali e spontanei, basati su cicli incrementativi dettati dal semplice passaparola e da un naturale e personale riconoscimento di un interesse comune e condiviso.
Affinché si possa raggiungere una massa critica della Comunità virtuale
 è necessario che esista uno “zoccolo duro” sulla base del quale poter costruire le fasi successive ed evolutive. I primi a formare una determinata comunità virtuale, che poi spesso formano questo cosiddetto “zoccolo duro”, sono anche chiamati First Movers e sono frequentemente anche dei leader, nomi noti nella rete o in altre Communities che, grazie alle proprie azioni, riescono a trascinare e a stimolare/incuriosire altri navigatori-potenziali utenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4.3 Comunità virtuali e comunità reali

Abbiamo detto che una comunità è formata da relazioni tra un certo numero di persone.  Fino ad ora abbiamo parlato di comunità virtuali. Ma cosa significa comunità virtuale? Si presuppone che una comunità essendo virtuale non possa essere reale e che sia formata solo da un flusso di informazioni che scorre attraverso dei media elettronici. Di fatto, cioè,  le persone che comunicano su Internet interagiscono in un mondo abitato da persone senza corpi; in questo mondo, però, la comunicazione e l’interazione sono reali. In altri termini, la comunicazione in rete  non è meno reale di una comunicazione che avviene nel mondo “reale”. A proposito del rapporto tra mondo reale e mondo virtuale  Nancy K. Baym (2000) sostiene che il reale entra nel virtuale e viceversa. In base a tale interpretazione la vita sociale off-line e quella on-line si presentano interrelate, in quanto la prima fornisce la comprensione sociale e le pratiche mediante le quali si sviluppano le interazioni nel contesto mediato. Le interazioni condotte on line a loro volta “retroagiscono” sulle relazioni off-line, fornendo nuove modalità di lettura delle questioni relazionali ed emotive che si ritrovano nella vita quotidiana.  Rheingold  definisce le comunità virtuali come

 “aggregazioni sociali che nascono da Internet quando un certo numero di persone portano avanti le loro discussioni tanto a lungo, e con sufficiente sentimento umano, da realizzare reti di rapporti personali nel cyberspazio” (Rheingold, 1993).

Egli, fra l’altro, invita a non ridurre il concetto di comunità virtuale ad una sorta di fantasticheria cyberpunk dove i surfer vivono incatenati ai propri terminali facendo esperienze di vita attraverso un disumanizzante monitor piuttosto che attraverso contatti umani. A questo proposito, Rheingold fa riferimento alle sue relazioni nate nel cyberspazio (in particolare a quelle istaurate nel WELL – Whole Earth Electronic Link), che poi sono diventate relazioni anche nel mondo reale.

Commentando la forza del legame all’interno della comunità virtuale egli osserva:

Le persone nelle comunità virtuali usano parole su schermi per scherzare e discutere, impegnarsi in discorsi intellettuali, esercitare commercio, scambiare conoscenza, idee, pettegolezzi, litigi, condividere sostegno emotivo, fare progetti, innamorarsi, trovare amici e perderli, giocare, flirtare, creare un po' di vera arte e molti discorsi vani. Le persone nelle comunità virtuali fanno quasi tutto ciò che fanno nella vita reale, dimenticando i propri corpi. Non si può baciare nessuno e nessuno può dare all'altro un pugno sul naso, ma molte cose possono accadere entro questi confini. La ricchezza e la vitalità delle culture collegate al computer sono affascinanti e creano anche dipendenza nei milioni di persone in esse coinvolte” (Rheingold, 1993).

Pierre Lévy appassionato sostenitore della cybercultura (quella cultura che verrebbe prodotta dalla interconnessione mondiale dei computer) scrive:

“Una comunità virtuale si costruisce su affinità di interessi e conoscenze, sulla condivisione di progetti, in un processo di cooperazione e di scambio e tutto ciò indipendentemente dalla prossimità geografica e dalle appartenenze istituzionali” (Lévy, 1997).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo lo stesso, al suo interno si sviluppano forme di "intelligenza collettiva", termine con cui si riferisce alla creazione di un immenso patrimonio di memoria comune, propria del genere umano e in quanto tale profondamente eterogenea. Questa intelligenza è continuamente aggiornata e arricchita, e consente l’espansione planetaria della mente e la nascita di una nuova cultura fondata sulla cooperazione e sulla sinergia di competenze e di esperienze individuali.

Lévy continua:

“Si può sostenere che le cosiddette "comunità virtuali" compiano di fatto un'autentica attualizzazione (nel senso di una effettiva messa in contatto) di gruppi umani che, prima dell'avvento del ciberspazio, erano solo potenziali [...] Con la cibercultura si esprime l'aspirazione alla costruzione di un legame sociale, che non sia fondato né su appartenenze territoriali, né su relazioni istituzionali, né su rapporti di potere, ma sul radunarsi intorno a centri di interesse comuni, sul gioco, sulla condivisione del sapere, sull'apprendimento cooperativo, su processi aperti di collaborazione. La tensione verso le comunità virtuali – prosegue - si sposa con un ideale di rapporti umani deterritorializzati, trasversali,

liberi. Le comunità virtuali sono i motori, gli attori, la vita diversa e sorprendente dell'universale per contatto” (Lévy, 1997).

Ann Beamish (1995) individua 4 caratteristiche fondamentali nelle comunità virtuali:

1.      un mezzo di comunicazione mediato elettronicamente, condiviso da tutti gli attori;

2.      l'informazione comunitaria;

3.      la discussione su alcuni temi che interessano tutti i partecipanti;

4.      l’irrilevanza della località geografica in cui ogni persona si trova.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A differenza  di Rheingold, la Beamish non fa riferimento alle relazioni sociali, né  al senso di appartenenza che si sviluppa in queste reti.

Ciò premesso, volendo mettere a fuoco le diverse funzioni delle comunità virtuali (Dell’Aquila, 1999), si può affermare che una prima importante funzione è di tipo strumentale, legata all'assolvimento di compiti specifici, ad esempio per la comunità scientifica.

Una seconda funzione è quella di creare relazioni sociali. La finalità è soprattutto espressiva ed è rivolta allo svolgimento di giochi di ruolo o di chat line. Da notare che la grande espansione delle comunità virtuali è originata soprattutto dalla diffusione di questi gruppi, con finalità prevalentemente ludica.

Infine, i gruppi telematici possono essere luoghi per la sperimentazione della molteplicità dell'identità. Turkle e Stone offrono  molti esempi di come gli ambienti virtuali consentano al sé di esprimere identità nuove e dissimili da quelle ordinarie (Turkle, 1995; Stone, 1995).

Maldonado, invece, avanza una critica alle comunità virtuali (Maldonado 1998). Secondo questo autore, le comunità virtuali sono essenzialmente comunità di simili che nascono per iniziativa di individui che condividono idee, interessi e/o gusti. Per questo motivo, Maldonado dubita che si possa instaurare una dialettica democratica in gruppi del genere, anche perché le comunità virtuali, essendo formate da soggetti con vedute simili, hanno una scarsa dinamica interna. Per il loro grado di omogeneità, cioè, sono comunità altamente autoreferenziali.

In effetti, navigando su  forum o newsgroup in Rete vengono velocemente individuati coloro che formano lo “zoccolo duro” del gruppo e, come sostiene Maldonado, chi ha idee diverse viene attaccato e/o emarginato dalla comunità. Questo, però, non accade con i blog: in ogni blog sono centinaia i link ad altri blog indipendentemente dal fatto che questi la pensino o meno nello stesso modo. I blog, dunque, contribuiscono a formare quei gruppi definiti “forti” in quanto “capaci, al loro interno, di fare tesoro dell’interscambio di idee e di esperienze tra coloro che la pensano diversamente” (Maldonado, 1998: 20).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4.4 I blog sono comunità virtuali?

In una comunità virtuale devono necessariamente individuarsi 2 caratteristiche, la piazza virtuale e il senso di comunità: la piazza virtuale è quel luogo che permette l’incontro degli internauti e dove è possibile pubblicare post, scambiarsi informazioni e idee; il senso di comunità è senso di appartenenza e identificazione con la comunità, sentimento di influenza sulla e dalla comunità, integrazione e soddisfazione dei bisogni, condivisione di emozioni. 

Per sapere quindi se i blog sono comunità virtuali, dobbiamo capire se offrono una piazza virtuale e se è presente il  senso di comunità. I blog sono pagine interattive in cui l’autore pubblica  regolarmente aggiornamenti;possono parlare di un argomento particolare, di avvenimenti recenti, pensieri personali. Appena un nuovo post viene aggiunto, questo viene pubblicato in cima alla pagina principale. In aggiunta allo spazio dove viene pubblicato il post principale ci sono spazi per eventuali commenti dei lettori o per inviare una mail all’editore del blog. In altri termini, i lettori hanno due  opzioni per interagire con il blog: interagire con altri lettori e  interagire direttamente con il blogger.  
In aggiunta, i blog possono contenere link ad altri siti internet.

Mancando quella caratteristica della rete che è la comunicazione molti-molti e essendo quella dei blog simile ad una comunicazione uno-molti, (almeno nella pagina principale del blog) potremmo pensare che un blog non sia una comunità virtuale. I lettori che volessero postare un commento dovrebbero uscire dalla pagina principale e pubblicarli in uno spazio apposito; addirittura alcuni blog non offrono spazio per commenti. Invece possiamo considerare i blog comunità virtuali perché, comunque, offrono a chi volesse postare dei commenti la possibilità di interagire. Fra l’altro, l’autore può interagire non solo con il suo pubblico, ma anche con altri autori di blogs attraverso i blogrolls. I lettori possono così sapere quali blogs il blogger preferisce  e con un click possono andare a visitarli. I bloggers, inoltre, fanno spesso riferimento ad altri blogs nei propri post , creando un vero e proprio network attraverso links reciproci.

Infine, sebbene i commenti non siano ospitati sulla pagina principale del blog, sono ospitati in ogni caso in uno spazio pubblico per una comunicazione molti-molti. I commentatori possono comunicare con il blogger e tra di loro e i lettori possono visionare tutte queste interazioni. In conclusione, quindi, i blog offrono una piazza virtuale.

Ora si tratta di capire se è presente il senso di comunità. Per fare questo la ricercatrice Anita Blanchard (2003) ha condotto un sondaggio on-line tra i lettori di un famoso blog (the Julie/Julia Project). Dopo aver provato che questo blog era una piazza virtuale, la ricercatrice modifica e adatta a una indagine sul web una scala per misurare il senso di appartenenza a una comunità ideata da McMillan e Chavis (McMillan & Chavis, 1986). All’indagine partecipano 501 lettori del blog, e su una scala fino a 5 il valore medio di senso di appartenenza a una comunità misurava poco più di 3, un valore neutro quindi. Dalle risposte si evinceva che molti non consideravano quel blog una comunità nel senso tradizionale della parola. Il senso di comunità, però, aumentava in quei lettori che partecipavano più attivamente con commenti e che leggevano più frequentemente i commenti degli altri, tanto che molti di questi ritenevano il blog una vera e propria comunità. Possiamo quindi affermare che per la maggior parte dei lettori, the Julie/Julia Project non era una comunità, ma per una piccola parte invece sì: tra questi pochi si erano create connessioni sociali e si erano stabilite risposte emozionali.


4.5 Weblog e intelligenza collettiva

Nel paragrafo precedente abbiamo accennato al lavoro di Pierre Lévy, autorevole studioso delle implicazioni culturali delle nuove tecnologie. Nel suo libro “L’intelligenza collettiva. Per una antropologia del cyberspazio” scritto nel 1994, Levy mette a fuoco la possibile evoluzione delle nuove tecnologie. In una intervista del 1995 a Mediamente questi afferma:

 Credo che le nuove tecnologie di comunicazione e, in particolare, le tecniche di comunicazione su supporto digitale aprano prospettive completamente nuove. Quello che tento di fare con questo libro è di vedere quali sono, fra tutte le possibilità, quelle più positive da un punto di vista sociale, culturale e politico. E mi sembra che questo dell'intelligenza collettiva sia un vero e proprio progetto di civilizzazione che parte dalle nuove possibilità che si stanno aprendo” (Lévy, 1995).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lévy, però, non si riferiva ai weblog, non essendo ancora esploso questo fenomeno, ma alle opportunità che offriva in generale la Rete. Lo sviluppo del cyberspazio – sosteneva Lévy – potrebbe portarci verso “l’intelligenza collettiva”, ovvero verso una intelligenza distribuita ovunque e coordinata in tempo reale. Per rendere tutto questo possibile, essendo il cyberspazio ancora in fase di formazione, è necessaria, però,  una visione organizzatrice che indirizzi verso questa intelligenza collettiva, che è solo una delle possibili opzioni future. Alcuni, infatti, temono un futuro, raffigurato anche in molti film e romanzi di fantascienza, nel quale gli uomini saranno costantemente controllati e in cui il potere sarà nelle mani di pochi che hanno il controllo sulla tecnologia.

Lévy, invece, individua e suggerisce le linee da seguire per la realizzazione della “intelligenza collettiva”. Coloro che si occuperanno dell’organizzazione della rete dovranno privilegiare:

1) gli  strumenti che favoriscono lo   sviluppo  del legame sociale con

    l’apprendimento e lo scambio di sapere;

2) i dispositivi di comunicazione atti ad ascoltare, integrare e restituire la

    diversità piuttosto che  quelli che riproducono la diffusione mediatica

     tradizionale;

3) i sistemi che mirano all’emergenza di esseri autonomi, qualunque sia

    la natura  dei   sistemi   (pedagogici,   artistici,   ecc.) e   degli   esseri

    (individui, gruppi umani, opere, esseri artificiali);

4) le ingegnerie semiotiche che permettono di sfruttare e valorizzare a

    beneficio della maggioranza i bacini di dati, il capitale di competenze    e  e la potenza simbolica accumulata dall’umanità.         

I weblog sembrano essere, quindi, lo strumento ideale per la realizzazione dell’intelligenza collettiva in quanto soddisfano tutti e quattro i requisiti appena elencati.

Attraverso commenti e riferimenti ad altri blog si assicura uno scambio di conoscenza; gli internauti non subiscono passivamente l’informazione come avviene con i media tradizionali ma ne diventano parte integrante e veicolante.

Per disegnare il loro profilo e per dimostrare come agiscano per la formazione di un sapere socializzato e integrato, e quindi per quella intelligenza collettiva che privilegia gli strumenti e i dispositivi auspicati da Lévy, mi servirò di una ricerca di Sebastian Paquet, tratta dalla sua tesi di dottorato, discussa nel 2003 presso l’Università di Montreal.

Al suo questionario risposero 177 persone, tutte, tranne sei, frequentatori o autori di weblog. Centoquaranta persone indicarono la loro occupazione:

- il 23% esperti in tecnologia;

- il 21% knowledge worker (di tipo differente rispetto agli altri indicati);

- il 18% consulenti;

- l’11% ricercatori;

- 11% insegnanti;

- 16% giornalisti, bibliotecari, avvocati e altri “non knowledge worker”.

Per provare la prima ipotesi, ossia che “il personal knowledge publishing” (weblogging), come pratica, permette di stabilire significative relazioni anche tra persone che operano in campi diversi dal proprio”, Paquet si serve delle risposte a cinque delle 25 domande presenti nel questionario. Vediamo quali.

La prima domanda che prendiamo in considerazione è la seguente:

“Leggere dei weblog ti ha aiutato a trovare persone le cui opinioni in campi di interesse professionale sono meritevoli di fiducia?”

La distribuzione delle risposte è la seguente:

















E' evidente da questi dati che il weblogging permette e facilita la costruzione di legami sociali basati sulla fiducia nelle opinioni altrui e sul relativo scambio di sapere: infatti ben il 90% degli intervistati ha risposto in maniera affermativa alla domanda. Oltre il 50% degli intervistati ha conosciuto tramite weblog tre o più persone con le quali ha intessuto un legame sociale che favorisce lo scambio del sapere e l’apprendimento.

La seconda domanda le cui risposte prendiamo in considerazione è: “La tua attività di weblogging ti ha aiutato a trovare persone che condividono i tuoi interessi, ma aventi un background professionale differente dal tuo?”


Per  l’intero campione si evidenzia che l’80% degli intervistati che hanno dato una risposta ha trovato persone con interessi comuni, ma background professionali differenti, e ben il 40% ne ha trovate ben tre o più: questo indica chiaramente che il weblogging permette e facilita la tessitura di legami personali che valicano le barriere interdisciplinari, permettendo un migliore fluire delle conoscenze fra i diversi campi del sapere. Il welogging risulta dunque essere un dispositivo di comunicazione atto ad ascoltare, integrare e restituire la diversità ancora una volta assecondando gli auspici di Lévy.

La terza domanda è:

“Se hai risposto affermativamente alla domanda precedente: pensi che avresti costruito quei legami interpersonali ed interdisciplinari senza l’aiuto del weblogging?”.

Nell’84% dei casi risulta che legami interpersonali e interdisciplinari non sarebbero, o probabilmente non sarebbero, stati intessuti senza il coinvolgimento nella blogosfera da parte delle persone che hanno partecipato alla rilevazione. Dunque il weblogging permette e facilita legami interpersonali che sarebbero difficili o addirittura impossibili da instaurare tramite altri mezzi. In altri termini, si realizza quanto Lévy pensa sia proprio della cybercultura, ovvero un avvicinamento delle persone (Lévy, 1997).

La quarta domanda è:

“Quanto spesso il weblogging ti aiuta in maniera fruttuosa a scambiare idee con persone fuori del tuo campo?”


Questi dati, che confermano l’ipotesi che il weblogging possa stimolare la circolazione delle idee fra differenti campi del sapere, sono rafforzati dalle risposte date all'ultima domanda, che a differenza delle precedenti, è una domanda aperta:

“Con parole tue, diresti che il weblogging abbia cambiato la metodologia con cui tu condividi e ottieni conoscenze? E come?”.

Tra le diverse risposte ne riporto cinque che mettono in particolare rilievo la migliore circolazione di idee e di conoscenze fra differenti ambiti disciplinari.

Una risposta si riferisce a come i weblog aiutino a conoscere persone con background differenti:

"Più che per questioni di lavoro, il leggere dei weblog mi ha aiutato parecchio a imparare a conoscere persone dal background professionale e dall'istruzione differenti dalla mia. Secondo me è il modo migliore per entrare in contatto in maniera personale con individui che non avresti mai incontrato nella vita "reale". Già da solo, questo aspetto  rende il weblogging una risorsa di incredibile valore" (Paquet, 2003).

Un'altra risposta fa riferimento alla creazione di collegamenti interdisciplinari che prima non era possibile effettuare: "Sì certo, il weblogging ha cambiato la metodologia con cui scambio conoscenze; adesso ho trovato altre "voci" con interessi simili ai miei, interessi che travalicano ogni confine disciplinare, geografico e persino culturale" (Paquet, 2003).

Un'altra risposta fa riferimento alla creazione di collegamenti interdisciplinari che prima non era possibile effettuare: "Sì certo, il weblogging ha cambiato la metodologia con cui scambio conoscenze; adesso ho trovato altre "voci" con interessi simili ai miei, interessi che travalicano ogni confine disciplinare, geografico e persino culturale" (Paquet, 2003).

Un'altra risposta fa riferimento alla creazione di collegamenti interdisciplinari che prima non era possibile effettuare: "Sì certo, il weblogging ha cambiato la metodologia con cui scambio conoscenze; adesso ho trovato altre "voci" con interessi simili ai miei, interessi che travalicano ogni confine disciplinare, geografico e persino culturale" (Paquet, 2003).

Un'altra risposta fa riferimento alla creazione di collegamenti interdisciplinari che prima non era possibile effettuare: "Sì certo, il weblogging ha cambiato la metodologia con cui scambio conoscenze; adesso ho trovato altre "voci" con interessi simili ai miei, interessi che travalicano ogni confine disciplinare, geografico e persino culturale" (Paquet, 2003).

Una terza risposta accenna alla questione della diversità: "Assolutamente, ho trovato nel weblogging una metodologia di grande valore per comunicare e collaborare con diversi gruppi di persone interessanti e intelligenti" (Paquet, 2003).

Altri hanno osservato:

"Ho notato che il weblogging incoraggia un "mix" fra comunità con interessi diversi. Ad esempio la comunità dei cosiddetti "diaristi" iniziando ad usare gli strumenti della blogosfera cercavano consigli su come farlo, su come implementarli sul proprio weblog. Allora la comunità dei "techie" li ha aiutati scoprendoli a sua volta" (Paquet, 2003)

Infine, ecco un’altra risposta:

"Sfortunatamente non sono riuscito a trovare un weblog che trattasse gli stessi miei argomenti (financial asset management) o almeno simili. Così io ho condiviso molta conoscenza relativa al mio lavoro ma ne ho ottenuta molto poca. D'altra parte però tenere un weblog si è dimostrata un'esperienza molto interessante che mi ha dato l'opportunità di entrare in contatto con persone di altri campi professionali (principalmente consulenti di marketing e di internet)” (Paquet 2003).

In conclusione, il weblogging sembra essere uno strumento utile per la condivisione delle conoscenze anche al di là dei propri confini disciplinari rendendo talvolta possibili anche collaborazioni interdisciplinari.

Siamo giunti, così, al terzo punto auspicato da Lévy: la realizzazione di “sistemi che mirano all’emergenza di esseri autonomi…” liberi dai confini delle “accademie” del sapere, protagonisti autonomi e relazionanti dell’ esercizio della critica e autocritica.

Lo studioso tedesco Fiedler, indica quali sono i criteri che questi strumenti devono soddisfare, per poi affermare ed illustrare come questi strumenti possano essere proprio i weblog (Fiedler, 2003).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questi i criteri. Lo strumento deve:

1) permettere di registrare e rappresentare la struttura personale di senso e delle azioni;

2) permettere di riflettere su tale rappresentazione;

3) reiterare questo processo di rappresentazione e riflessione;

4) supportare la graduale interiorizzazione dello strumento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Analizzando la pratica si nota come i weblog non solo rendono possibile un’interazione con altri weblogger, ma offrono anche l’opportunità di mettere in atto un dialogo con se stessi (conversazione intrapersonale). E’ impossibile, infatti, registrare quotidianamente propri pensieri senza notare “cosa” e “come” si pensi. Rileggersi alimenta un processo di analisi metacognitiva tanto che i blog si potrebbero definire “acceleratori di autoconsapevolezza”. Mentre si rilegge ciò che si è prodotto, il proprio lavoro, si riflette non solo sulla rappresentazione del Sé che ne risulta, ma anche su come tale rappresentazione è venuta costruendosi: la differenza tra sapere “cosa” si pensa e “perché” lo si pensa. Infine, quando un weblogger rimanda a un link o ad altro post, fornisce anche solo un breve commento per inquadrare la ragione del suo suggerimento, il senso che vuol dare al suo discorso nel momento stesso in cui lo amplia con apporti esterni. Tenere un weblog, inoltre, permette all'autore di concentrarsi sul flusso costante di eventi nel tempo, di tenere traccia delle inferenze.

L’archiviazione di tutto il materiale immesso dall'autore può facilitare e migliorare pratiche riflessive. L'organizzazione cronologica e la possibilità di navigare negli archivi rende il weblogging uno strumento in grado di supportare in maniera significativa gli sforzi tesi a compiere riflessioni sul “personale”: rileggendo le tracce dei pensieri, se ne coglie il senso che diventa terreno fertile per ulteriori analisi metariflessive e non solo, perché si deve tener presente tutto ciò che il lettore dice, afferma, smentisce, confuta…

Il quarto criterio attribuito da Fiedler allo strumento lévyano/ weblog, cioè che debba supportare la graduale interiorizzazione dello strumento stesso, è, a mio avviso, il più critico. Da molte fonti, ma anche da esperienza diretta, si rileva che l'apertura di un weblog porta spesso ad effetti simili alla "dipendenza", intesa come frequente produzione e pubblicazione di post, facilitata dalla crescente accessibilità ed integrazione delle tecnologie proprie del weblogging nella routine quotidiana potendosi in qualsiasi momento interfacciarsi al sistema anche tramite terminali mobili quali i cellulari. Ma questo è un discorso che merita un approfondimento a parte che esula da questo contesto.

L’ultimo strumento necessario, secondo Lévy, è rappresentato dalle “ingegnerie semiotiche”, che permettono di valorizzare, a beneficio della maggioranza, bacini di dati, il capitale di competenze e la potenza simbolica accumulata dall’umanità: la Rete.

In rete naviga una quantità tale di informazioni da rendere impossibile a qualsiasi utente di trovare quello che cerca, senza un programma che indicizza le varie pagine web: questo programma è il motore di ricerca che possiamo definire “ingegneria semiotica”.

Per quanto riguarda i blog esistono siti come Blogdex, Daypop, Skipop, che hanno programmi dedicati che ricercano all’interno della blogosfera gli argomenti più “caldi”  e li pongono in cima al sito in ordine decrescente; in questo caso i blog fungono da “ingegneria semiotica”.

In sintesi, i weblog sembrano davvero andare nella direzione della creazione di un sistema di dispositivi in grado di valorizzare l’intelligenza, ovunque distribuita, coordinata e mobilitarne effettivamente le competenze che ne derivano.

Postato da: nazzza a 16:25 | link | commenti (1) |
5 i blog e le comunit virtuali

3. I bloggers.

1 Chi sono i bloggers?

Dopo aver descritto i vari tipi di blog, in questo capitolo cerchiamo di capire chi sono i bloggers.

Secondo uno studio americano del 2004 condotto dal Pew Internet and American Life Project chiamato “State of blogging”  (Autori vari, 2005), il 27% degli internauti statunitensi legge i blog frequentemente e il 12% posta commenti. Circa il 7% degli adulti nordamericani ha creato un blog.

Con  questo studio i ricercatori hanno scoperto che i blog stanno cambiando il modo di utilizzare la rete in quanto ormai il 5% degli utenti della rete ottiene notizie da differenti fonti grazie ad aggregatori  RSS o lettori XML.

Nonostante questa enorme crescita, la parola blog è ancora sconosciuta alla maggior parte degli americani e circa il 62% degli utenti internet non sa cosa sia un weblog. Sempre secondo questo studio, i bloggers americani sono di solito uomini giovani, utenti di una connessione a banda larga e con una buona esperienza della rete. Il 57% è di sesso maschile e relativamente benestante.

I blogger italiani sono ormai circa centomila.

3.2 Perché “bloggare”?

Huge Hewitt nel suo libro sostiene che i blogger “bloggano” per 2 ragioni principali: per persuadere e per lasciare un segno (Hewitt, 2005).

Nella blogosfera non ci sono barriere di entrata ma un mondo che offre un pubblico enorme; è importante, però, sottolineare che questo enorme pubblico viene offerto, non garantito! La maggior parte dei blog viene letta solo da amici o parenti e molti blogger presto si stancano per questa carenza di referenti, o pubblico che dir si voglia, e abbandonano l’impresa. Qualcun altro, invece, continua imperterrito nonostante le poche visite; solo una piccolissima percentuale riesce ad avere decine di migliaia di visite al giorno.

I pubblicisti, e anche i puri scrittori, molto spesso usano le parole per convincere i lettori di qualcosa, ma prima dell’avvento della Rete bisognava sempre convincere un redattore o un direttore, un editore affinché permettessero allo scrittore di convincere qualcuno. Tutto questo ora è superato perché se si va rafforzando il monopolio dell’informazione che occupa i canali dell’etere, monopolio per altro molto selettivo nel dar voce democraticamente alle molteplici opinioni, altri intermediari tradizionali come la stampa, stanno perdendo rapidamente utenti e quindi fette di potere. La Rete, al contrario, con i suoi spazi infiniti offre anche attraverso i blog una platea di persone da convincere praticamente sconfinata …e non vuoi che ci sia qualcuno che almeno una volta ti corrisponda e che sia disposto a farsi convincere? I blogger, dunque, non hanno cambiato il motivo per cui si scrive, hanno solamente bypassato gli editori, che sono tradizionalmente le barriere materiali che si frappongono tra scrittore e pubblico. Bloggare  permette a chi scrive, bene o male non importa, di avere una piccola notorietà, un seguito.

Dvorak, in un articolo per PCMagazine (Dvorak, 2002), sostiene che i blogger creano blog per cinque fondamentali motivi:

1.      Gratificazione dell’ego. Alcune persone hanno bisogno di essere al centro dell’attenzione: dire al mondo le cose importanti che hanno fatto e i loro pensieri profondi li fa sentire bene.

2.      Bisogno di contrastare la spersonalizzazione. Quando le persone iniziano a sentirsi solo una rotella nell’ingranaggio della società, cercano un modo per differenziarsi. Un weblog prova che loro sono differenti.

3.      Eliminazione della frustrazione. La vita di tutti i giorni, specialmente in città, è causa di frustrazione e il weblog offre alle persone la possibilità di lamentarsi del mondo.

4.      Bisogno di condivisione. Sembra che alle persone piaccia condividere pensieri, opinioni, momenti; questo è uno dei modi per farlo.

5.      Aspirazione a diventare scrittori o giornalisti. Pubblicare blog realizza queste aspirazioni.

Postato da: nazzza a 15:22 | link | commenti (1) |
4 i bloggers

sabato, 22 gennaio 2005

 Non mi sono scordato della tesi! nonostante incidenti, febbroni, ospedale e compagnia bella continuo a scrivere, ho ultimato il capitolo sulle comunità virtuali e devo ultimare quello sulle varie tipologie di blog. Appena lo finisco inizio a pubblicare un paragrafo al giorno

Postato da: nazzza a 23:57 | link | commenti |

martedì, 11 gennaio 2005

Non dormo più di notte, sto lavorando all'introduzione e spero di finire per le 8, domani inizierò a utilizzare un qualche blog aggregator. Ho appena trovato un blob dei blog, carino http://www.strelnik.it/blog/blogblob/

Postato da: nazzza a 05:08 | link | commenti (4) |

lunedì, 10 gennaio 2005

2. Alcuni tipi di Weblog

 

 

2.1 Corporate blog

 

 

I Corporate blogs sono l’evoluzione dei weblogs in blog gestiti e pubblicati dal mondo delle aziende. Mentre solitamente i Blog pubblicano impressioni, sensazioni e opinioni della persona che li scrive, nei Corporate Blogs si pubblicano notizie e informazioni inerenti la propria azienda, il proprio distretto industriale, il proprio prodotto o il relativo mercato di riferimento. Le aziende, però, si pongono il problema di quale stile e quale modalità di comunicazione utilizzare nel proprio blog e soprattutto se permettere al lettore, come in genere accade nei Blog personali, di aggiungere propri commenti alla notizia del giorno. In altri termini, la questione centrale è se utilizzare il blog come canale mono-direzionale (perdendo parte della natura propria dei blog) o relazionale/bi-direzionale. La scelta del linguaggio formale/aziendalistico o informale dipende dall’azienda che dovrebbe monitorare quotidianamente il Corporate Blog. Non basta infatti installare un software Open Source sul proprio Web server per ottenere i risultati sperati. Innanzitutto, il Corporate Blog dev’essere attraente e ben ritagliato sull'immagine dell'azienda o dell'ente che lo utilizza, ridisegnato sulle esigenze dell'utenza tipica a cui è rivolto, sempre aggiornato, nonché “vissuto” dalla comunità che ne è la vera protagonista. Esistono poi Corporate blog che non sono rivolti necessariamente al pubblico, come i Plog (project blog) in cui un team che lavora a un qualsiasi progetto comune pubblica sul blog idee, dubbi, aggiornamenti per i propri colleghi di lavoro. Inoltre, esistono blog rivolti agli impiegati; blog in cui, invece, sono solo i dirigenti a scambiarsi informazioni; ed ancora blog in cui si fornisce assistenza ai clienti. Nonostante alcuni blogger non apprezzino i corporate blog per il loro carattere market-oriented è indubbio che siano un ottimo mezzo per comunicare con i clienti ed i potenziali clienti. Questi, a loro volta,   hanno la possibilità di comunicare con “pezzi grossi” dell’azienda, come avviene per il corporate blog della General Motors dove spesso a rispondere è Bob Lutz, GM Vice Chairman.

http://fastlane.gmblogs.com/     (blog General Motors)

http://www.google.com/googleblog/   (blog di google)

 

 

2.2 K-log

 

 

K-log sta al posto di Knowledge weblog network, ed è uno strumento relativamente nuovo, essendo in uso da non più di due anni.

 

 

Il K-log è il motore della conoscenza all’interno di una azienda, nonché la chiave del suo successo. Naturalmente è uno strumento che avrà bisogno di figure professionali capaci di utilizzarlo, altrimenti le aziende si troveranno ad avere, entro breve, una quantità tale di informazioni impossibile da utilizzare. Tutti i dipendenti dell’azienda dovranno apportare la propria conoscenza nel klog, ma dietro di loro dovranno esserci dei Content Manager per insegnare a scrivere klog, filtrarne i contenuti e  collegarli tra loro. Poi sarà necessaria la presenza di un Knowledge Manager che gestirà gli archivi creando e aggiornando le mappe di conoscenza interna e vendendo e comprando sul mercato klog, a seconda delle necessità.

 

 

  http://www.state.wv.us/wvsca/Clerk/Recent/   (k.log per avvocati)

 

 

 

 

2.3 Edu-blog

 

 

Gli edu-blog sono dei blog in cui studenti e professori possono interagire tra loro. I vantaggi sono notevoli. Questi blog, infatti, consentono di:

 

 

1.      avvicinare gli studenti ad Internet;

 

 

2.      stimolare gli studenti ad un utilizzo attivo e critico della Rete;

 

 

3.      stimolare la capacità di selezione e vaglio delle informazioni online;

 

 

4.      produrre contenuti originali, connettendoli all’interno di una rete di rimandi e di link che aprano al confronto con altri.

 

 

I docenti potrebbero utilizzare questo strumento anche per invogliare i giovani a scrivere, nonché per stimolare il loro senso critico. Gli insegnanti, invitando ad aprire weblog e ad utilizzarli, potranno avere un nuovo strumento per valutare le capacità e l’impegno degli studenti. In più, i professori potrebbero utilizzare questi blog per comunicare con gli allievi, stimolare discussioni online, mantenere i contatti con gli studenti assenti e rendere partecipi i genitori delle attività dei figli. Inoltre i blog potrebbero essere usati per far collaborare scuole diverse e progetti diversi, nonché mettere in contatto gli studenti di classi e scuole diverse.

 

 

 http://compitionline.splinder.com/     blog della Terza B del liceo cantonale di Bellinzona)

 

 

  

 

 

 

 

 

 2.4 Multimedia Blog: Audiblog, Photoblog, Moblog e Videoblog.

 

 

 I blog sono degli strumenti in continua evoluzione; negli ultimi mesi sono nati diversi nuovi tipi di weblog, tra questi i multimedia blogs.  Fra l’altro in uno stesso blog possiamo anche trovare due tipi di multimediablog: per esempio, un moblog è quasi sempre anche un photoblog ma un photoblog non sarà necessariamente un moblog. Vediamo di seguito i vari tipi di multimediablogs.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.4.1 Audiblog

 

 

L’ idea di fondo di un audiblog è molto semplice: si telefona da un numero fisso o da un telefonino ad un particolare numero (dipende dal fornitore del servizio) e la propria telefonata viene registrata e in seguito pubblicata, in formato MP3, nel proprio blog. L'idea è innovativa perché permette di trasformare il proprio cellulare in un microfono che registra mp3 ascoltabili, quasi in diretta, in tutto il mondo tramite un blog. Grazie a questa semplice idea sarà possibile, senza utilizzare i media tradizionali, far ascoltare spezzoni di conferenze, di concerti, di interviste, quasi in diretta, ad un numero di utenti impensabile fino a pochi mesi fa. Peraltro, non è necessario utilizzare il telefonino:  stando comodamente seduti davanti al pc di casa, è possibile con un microfono registrare file audio da pubblicare sul proprio blog. Attualmente ancora nessuno offre questo tipo di servizio, ma in futuro gli audiblog potranno essere usati per ascoltare, con una semplice chiamata da telefono mobile, gli ultimi aggiornamenti su blog di nostro gusto senza la necessità di collegarsi alla rete.

 

 

 http://www.gastonl.com/dblog/storico.asp?s=AudioBlog

 

 

 

 

2.4.2 Photoblog

 

 

Con il Photoblog è possibile descrivere la propria vita oltre che con parole anche con immagini. Queste peraltro, si possono aggiornare in continuazione sulla homepage (proprio come sul blog che ho pubblicato) scegliendole a caso da un album fotografico. I photoblog non necessariamente pubblicano foto di vita quotidiana, possono essere utilizzati dai web-journalist per pubblicare immagini in tempo reale direttamente dal luogo della notizia.

 

 

 http://www.maxpezzalinetwork.com/photoblog/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.4.3 Videoblog

 

 

I videoblog, conosciuti anche come vog,  non sono semplicemente degli spezzoni di film o video musicali postati su un blog. L’inventore del vlog è Adrian Miles che, ispirandosi al cineasta russo Dziga Vertov, che riprendeva le scene di vita della Russia dei primi del ‘900, porta un diario in rete in forma di brevi spezzoni video. Miles ha anche redatto un Manifesto che ha chiamato Vogma, ispirandosi chiaramente a Dogma 95. Miles nel Manifesto sintetizza in poche parole un vog: “Vog è Dziga Vertov con un Mac e un modem”. Di seguito riporto i punti del Vogma:

 

 

·        Un vog rispetta la larghezza di banda;

 

 

·        Un vog non è trasmissione video in streaming (non  è la televisione reinventata);

 

 

·        Un vog utilizza video e/o audio performativi;

 

 

·        Un vog è personale;

 

 

·        Un vog usa la tecnologia disponibile;

 

 

·        Un vog è a metà tra la scrittura e la trasmissione in video;

 

 

·        Un vog esplora l’immediata vicinanza tra parole e media in movimento;

 

 

·        Un vog è Vertov Dziga con un mac e un modem;

 

 

·        Un vog è un video blog in cui il video in un blog deve essere più del video in un blog.

 

 

Miles, quindi, in questo manifesto spiega chiaramente che un vog non deve aspirare ad uno status “cinematografico”, che richiederebbe banda larga e fullscreen. Possiamo invece vedere sul sito di Miles (http://hypertext.rmit.edu.au/vog/ ) che i suoi video sono dei “piccoli documentari”, di breve durata per velocizzare il download. Da notare che il pubblico può interagire con essi.

http://hypertext.rmit.edu.au/vog/

 

 

2.4.4 Moblog

 

 

Moblog, che nasce dalla fusione di mobile e weblog, è stato coniato da Adam Greenfield nel 2002; di solito si utilizzano telefonini o computer palmari per creare moblog. Secondo Joi Ito (2004) il primo utente “mobile” che pubblicò un post su internet fu Steve Mann, che usò una specie di computer “indossabile”.  Il primo post pubblicato su internet utilizzando un telefonino per inviare una email lo spedì il Danese Tom Vilmer nel Maggio 2000.   Nella struttura, un moblog è molto simile ad un blog normale con l’eccezione che ogni post è inviato con uno strumento mobile e quasi in ogni post è pubblicata una foto scattata con una fotocamera/videocamera. I moblog possono essere personali e pubblicare foto che riguardano la propria famiglia, il proprio lavoro, i propri viaggi, oppure possono pubblicare foto che ritraggono la vita in generale. Per esempio, nascono sempre più moblog di bloggers che pubblicano foto “rubate” nelle metropolitane, nei supermercati, in giro per le città. Rubare immagini non è una novità: già nella prima metà del ‘900 il fotografo Walter Evans fotografò passeggeri della metropolitana di New York senza che questi se ne accorgessero; ora, grazie all’ultima generazione di telefonini, questo è molto più facile, si possono scattare foto in qualsiasi momento e possono essere istantaneamente pubblicate in rete. Con i milioni di videotelofonini in circolazione sul pianeta è facilmente prevedibile che il numero di moblog aumenterà esponenzialmente in un breve arco di tempo. Chiaramente, molti utilizzano i moblog  per blog-journalism, un esempio sono i moblog creati dopo lo tsunami, che ci offrono notizie e foto direttamente dai luoghi del disastro e in tempo reale, senza che i blog-journalist abbiano bisogno di costose attrezzature satellitari o di collegamenti a internet. 

http://www.moblog.nl/

 

 

2.5 Blog-journalism

 

 

Il mondo è pieno di aspiranti scrittori e aspiranti giornalisti: i blog sono un ottimo mezzo per esprimersi e moltissimi novelli scrittori ne creano uno per rendere pubblici i propri articoli, i propri commenti, i propri pensieri. Addirittura, molti “veri” giornalisti hanno un loro blog. Pino Scaccia, ad esempio, giornalista della RAI, è anche editore di un eccellente blog. Alcuni affermano, però, che il blog-journalism non abbia nulla a che fare con il vero giornalismo (Roversi 2004: 229-232). In sintesi, le motivazioni sono le seguenti:

 

 

1.      i blogger non verificano i fatti, non intervistano testimoni ed esperti, non svolgono indagini e non sottopongono il loro lavoro al controllo di un direttore o caporedattore;

 

 

2.      i blogger rispondono, per quanto riguarda i loro post, solo a se stessi.

 

 

Personalmente  credo, invece, che il blog-journalism non abbia nulla da invidiare al giornalismo tradizionale.

 

 

Innanzitutto, vorrei sottolineare che i bloggers spesso commentano notizie prese da altri giornali (che quindi, teoricamente, dovrebbero essere già verificate) o dalle agenzie stampa. Tra l’altro i bloggers sono, di solito, persone che hanno una grande padronanza di Internet, e, per questo, hanno una capacità di valutare le fonti, grazie anche a ricerche incrociate, spesso superiore a quella dei giornalisti “tradizionali”. In più, il loro lavoro non viene sottoposto al controllo di un redattore o di un caporedattore, ma al controllo di migliaia e migliaia di altri bloggers, che non sono certo utenti passivi (come sono invece gli utenti dei media tradizionali).

 

 

Infine, rispondere solo a se stessi non credo sia uno svantaggio ma un vantaggio: non si subiscono pressioni esterne (quelle del proprio caporedattore, del direttore, del proprio gruppo editoriale). Tra l’altro, in caso di continue inesattezze, un blog perderebbe lettori e, senza lettori, un blog semplicemente non esiste.

 

 

Credo che il giornalismo non possa essere “posseduto” dai giornali, dalla televisione o dalla radio: l’ordine dei giornalisti non può “possedere” la pratica del giornalismo come le gallerie d’arte non possono “possedere” la pittura. Il giornalismo  è e deve essere una attività libera.  Si pensi ai paesi dove non c’e’ libertà di stampa e l’unica forma di libertà e democrazia sono alcuni blog. Sono questi che ci permettono di conoscere la situazione reale dall’interno, che possono commentare e criticare senza censura ciò che accade davvero nel proprio paese. 

 

 

Certamente sono pochi i blog-journalists capaci di fare  del giornalismo serio, ma ciò si potrebbe dire anche del giornalismo “tradizionale”. Perché mai un giornalista “amatoriale” che pubblica su un weblog scrivendo in maniera fluida, chiara, corretta, con ottima capacità di rassegna e valutazione delle fonti, con una lucida analisi dei fatti, insomma un giornalista a tutti gli effetti, non farebbe del giornalismo? 

 

 

“Quando un blogger scrive un resoconto giornaliero su una conferenza internazionale, come fece David Steven nel 2002 al Summit Mondiale per lo Sviluppo Sostenibile, quello è giornalismo. Quando un reporter di una rivista ripropone un comunicato stampa senza verificare i fatti o sincerarsi da altre fonti, non lo è. Quando un blogger intervista un autore circa il suo nuovo libro, quello è giornalismo. Quando un opinion columnist manipola i fatti per creare una falsa impressione, non lo è. Quando un blogger ricerca una testimonianza su un fatto e scopre che l’affermazione di una figura pubblica è falsa, quello è giornalismo. Quando un reporter ripete una affermazione di un politico senza verificare se sia vera, non lo è (Blood, 2004).

 

 

                                                 
Ultimamente le cose stanno cambiando e anche molti giornalisti professionisti stanno riconoscendo che il blog-journalism è giornalismo a tutti gli effetti. Così scrive John  Schwartz nel New York Times del 28 Dicembre: “ Per i vividi reportage dall’enorme zona del disastro causato dallo tsunami era difficile battere i blogs”. Un giornalista come Jay Rosen, giornalista tradizionale, blog-journalist e studioso del fenomeno, afferma che ormai non c’è più bisogno di chiedersi se il blog-journalism sia giornalismo o no ma, avendo ormai appurato che lo è, bisogna andare avanti e chiedersi cosa diventerà il giornalismo. Si sta diffondendo quello che in USA chiamano “distribuited journalism” o “citizen journalism”, cioè un giornalismo a cui, grazie alla piattaforma blog, possono partecipare un numero allargato di persone che, contribuendo con le proprie conoscenze, commentando, criticando  e segnalando altre fonti e altri articoli contribuiscono a creare un giornalismo in cui  i cittadini sono realmente parte attiva.

 

http://www.bookcafe.net/blog/filter/

http://dear_raed.blogspot.com

http://basie.blogspot.com/2005/02/basie-interview-with-vice-president.html

http://www.bloggers.it/walter/

Postato da: nazzza a 01:59 | link | commenti |
3 alcuni tipi di weblog

1. Weblog: etimologia, definizioni, terminologia specifica e storia

 

1.1 Etimologia e definizioni

 

Log in inglese significa traccia, registrazione; web significa rete. Inizialmente il termine weblog era utilizzato per indicare le registrazioni degli accessi effettuati dai server web ospitanti  siti internet. Queste registrazioni avvengono per ordine inverso (dalla più recente alla più vecchia) e servono agli amministratori per controllare velocemente quello che accade all’interno del sito. Successivamente, come vedremo meglio in seguito, nel 1997  Barger utilizza il termine  weblog per il suo log pubblico.

 

Ciò che vorrei innanzitutto sottolineare è che i blogger non sono tutti d’accordo su cosa possa o non possa essere  un blog. All’inizio prevalse l’idea di definire weblog qualsiasi sito con un archivio di pubblicazioni  e una prima pagina in cui appaiono, in ordine inverso, i messaggi del blogger. Una definizione che, più o meno, è quella che prevale anche oggi; il Merriam-Webster ha inserito “blog” nel suo vocabolario come “parola dell’anno” con questa definizione:  a Web site that contains an online personal journal with reflections, comments, and often hyperlinks provided by the writer” (http://www.merriam-webster.com/).

 

Dave Winer nel suo blog (http://newhome.weblogs.com/) individua 4 punti chiave che differenziano un weblog dagli altri siti:

 

1.      Un weblog è personale – è creato da una persona, non da una organizzazione.

 

2.      Un weblog si pubblica sul web, non viene stampato, può essere aggiornato frequentemente, costa poco o nulla crearne uno, e ci si può accedere con un qualsiasi browser.

 

3.      Un Weblog è composto da parole che fluiscono on-line grazie a templates attraverso un procedimento automatico.

 

4.      Infine un weblog fa parte di una comunità. Non ci sono weblogs solitari, i blogs attraverso il Web connettono persone con interessi in comune.

 

Eloisa Di Rocco, alias LaPizia, autrice di uno dei primi blog italiani e di un libro sull’argomento definisce i weblogs così:

 

“un  blog è   una  pagina html   principalmente solo  testuale, dove in maniera disinteressata e   amatoriale  una  persona   pubblica   notizie, informazioni di vario genere, link e riflessioni personali di vario tipo” (Di Rocco, 2003).

 

Il giornalista Luca Sofri invece, autore del blog Wittgenstein.it dà la seguente definizione:

 

“Un weblog è un sito personale, a cavallo tra un diario, un articolo di commento e una rassegna stampa, aggiornato quotidianamente o quasi. Come tutte le versioni di rassegne stampa sul web, ha il vantaggio di consentire l'accesso immediato, tramite un clic, al testo originale passato in rassegna, articolo di giornale o di sito web, o pagina di qualsiasi genere. L'autore del weblog è insieme lettore ed editore. Lettore delle cose che vengono pubblicate in rete, che poi seleziona, raccoglie e commenta come editore del suo weblog. La mole sterminata di contenuti che circola su internet (compresi gli articoli di carta stampata riprodotti in rete) viene così scelta da qualcuno che ne fornisce ai lettori una scelta mirata, secondo criteri che possono essere tematici o di suo gusto personale. Di fatto, si tratta di quello che fanno su carta giornali come il Foglio dei Fogli e Internazionale, ma impreziosito da un accesso a molte più fonti, nessun costo di riproduzione (i link rimandano all'originale) e uno spazio e un aggiornamento illimitati” (Sofri, 2002).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.2 Terminologia per iniziati

 

 

 

 

 

 

 

Chi per la prima volta capita su un weblog non riesce a comprendere il significato di alcuni termini usati frequentemente dai bloggers. Ecco, qui  di seguito, un lessico essenziale:

 

Blog aggregator

 

Software che permette di scaricare post da blog differenti ritenuti interessanti e pubblicarli su un unico blog.

 

Blogger

 

Chi scrive blogs.

 

Blogosfera

 

L’intero mondo di blogs e bloggers  sul Web.

 

Blogroll

 

E’ la lista di tutti i blog letti frequentemente da un blogger; solitamente appare in una delle barre laterali del weblog.

 

CMS

 

Content Management System, è un software che automatizza la pubblicazione e la gestione di informazioni sul Web.

 

Microcontent

 

E’ un breve testo non più lungo di 40 o 60 caratteri che ha il compito di incuriosire o anticipare quello che è il contenuto effettivo delle pagine, spiegandone il macrocontenuto.

 

News aggregator

 

 

 

 

 

 

 

Strumento necessario per leggere i flussi RSS.

 

Permalink

 

E’ la contrazione di Permanent Link, serve per linkare e quindi ritrovare successivamente un determinato articolo pubblicato su un blog: se linkassimo un post pubblicato in prima pagina su un blog dopo qualche tempo sarebbe impossibile ritrovarlo perché essendo pagine dinamiche la front page viene frequentemente aggiornata. Praticamente un permalink mette un segnalibro al blog.

 

Rss

 

E’ l’acronimo di Rich Site Summary o di Really Simple Syndication. Praticamente è lo standard per la creazione di flussi informativi in XML, non ha nessuna informazione riguardo colori, fonts, impaginazione, è semplicemente testo in un formato standardizzato. Serve per riprendere notizie da altri siti o permettere ad altri utenti di riprenderle dal proprio.

 

 

 

 

 

 

 

template

 

E’ un documento guida per un word processor, fornisce  un foglio contenente già tutta la formattazione necessaria, che deve solamente essere compilato dall’utente finale.

 

Time stamp

 

Indica la data e/o l’ora in cui si è aggiunto un post a un weblog.

 

trackback

 

Grazie a questo meccanismo su un blog è possibile riportare automaticamente le segnalazioni  ad un determinato post avvenute su un altro blog, creando così una rete di collegamenti attorno ad una discussione .

 

Wiki

 

E’ un qualsiasi tipo di pagina Web che permette agli utenti di aggiungere contenuti alla pagina o editare quelli già presenti. I blog al contrario sono personali.

 

XML

 

Extensible Markup Language, è un metalinguaggio simile all’html ma più “scarno”, in quanto non viene fornito nessun tag,  chiunque può definirli a suo piacimento.

 

 

 

 

 

 

 

1.3 Un po’ di storia

 

 

 

 

 

 

 

Come già accennato, il termine weblog è usato per la prima volta da  Jorn Barger nel Dicembre del 1997, quando questi rende pubblica la sua idea su Usenet di mantenere un log pubblico delle sue navigazioni in rete, scrivendo brevi commenti sulle pagine da lui visitate; la parte finale dell’indirizzo del suo sito era appunto “…weblog.html”.

 

Navigando in rete, Jesse James Garrett inizia a stilare una lista di altri siti come i suoi e, nel Novembre del 1998, invia questa lista a Cameron Barrett che la pubblica in Camworld (http://www.camworld.com). Successivamente, altri siti simili iniziano a inviare  i propri indirizzi per essere inclusi nella lista. All’inizio del 1999 nella lista di Garrett erano segnalati i 23 weblogs esistenti e presto nasce una comunità. Nel 1999 Peter Merholz suggerisce di  pronunciare “wee-blog”;  il tutto è abbreviato in “blog” e chi pubblica weblogs viene definito “blogger”.

 

Nel 1999 i blog iniziano  ad aumentare, tanto che presto diventa impossibile leggere giornalmente tutti i blogs nonché catalogare tutti quelli nuovi. La lista di Barrett diventa così lunga che questi, per contenere la mole di informazioni,  inizia ad includere solo i weblog seguiti da lui stesso. Nei primi mesi del 1999 Brigitte Eaton compila una lista di tutti i weblog di cui è a conoscenza  e crea “the Eatonweb Portal” (http://portal.eatonweb.com/)  usando un semplice criterio per la pubblicazione sul suo portale: il sito deve essere  costituito da pubblicazioni ordinate per data. Poichè “the Eatonweb Portal” è la lista più completa di weblog, il criterio di Brigitte Eaton finisce per prevalere. Nella seconda metà del 1999 vengono lanciati parecchi tools per costruire e pubblicare in maniera semplice e veloce il proprio weblog; tra questi servizi ricordiamo: Pitas, Blogger e Groksoup. Alla fine del 1999 Dave Winer lancia Edit this page e Jeff Campbell Velocinews.

 

Una suggestiva similitudine viene impiegata per descrivere i weblogs:

 

“I weblog sono come i fuochi di segnalazione che si usavano anticamente dalle cime delle colline per diffondere le notizie di paese in paese” (Ulisse, 2002).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Effettivamente i primi ”navigatori”  cercavano qualcuno o qualcosa che indicasse loro  quale “direzione” prendere dal momento che ai primi weblogs si arrivava attraverso link da altri siti. Di solito, poi,  i bloggers erano persone che lavoravano in rete e che possedevano già conoscenze per creare siti web, erano lettori ed editori allo stesso tempo, navigavano, leggevano tutto quello che trovavano in rete, selezionavano e poi lo riproponevano sul proprio blog, affinché altri potessero fare lo stesso.

 

Molti dei blogs odierni continuano ad essere simili ai primi, con links a siti poco conosciuti o ad articoli che, secondo il blogger, sono degni di nota; questi link sono quasi sempre accompagnati da un commento, da note e da rinvii ad altri articoli pertinenti. In sintesi,  questi bloggers  funzionano come un filtro per i propri lettori, avendo pre-navigato il web per loro; nell’infinità di notizie che offre il web il blogger elimina le inutili.

 

Non c’e’ accordo su quale sia il primo weblog: Rebecca Blood lo individua in una pagina interna al sito del National Center for Supercomputing Applications. Questo weblog, che portava il nome  di “What's New", rimane on-line  tra il giugno 1993 e il giugno 1996, con  una serie di link a pagine web che l’autore Marc Andreessen seleziona e ritiene degne di nota o particolarmente curiose.

 

Dave Winer e Sébastien Paquet indicano, invece, come primo weblog il sito di Tim Berners-Lee chiamato, anche questo, "What's New”.

 

Ma un altro primo weblog  potrebbe essere “What’s New” di Netscape, che funziona tra il 1993 e il 1995.

 

In ogni caso, tra l’inizio e la fine degli anni Novanta, i weblogs cambiano fisionomia.

 

Se inizialmente  segnalano tutte le novità per riempire il relativo vuoto della rete; alla fine del  XX secolo si presenta il problema opposto: quello di selezionare  le informazioni indirizzando i navigatori sui siti ritenuti più interessanti.

 

A questa si aggiunge un’altra importante trasformazione dei weblogs: alcuni cessano di essere una sorta di database di altri siti e diventano una specie di breve diario on-line, aggiornato anche più volte al giorno, dove vengono pubblicati consigli, brevi pensieri e addirittura momenti della sfera personale del blogger, proprio come un vero diario. Ora quindi il World Wide Web si configura non solo come un enorme deposito di informazioni ma anche come strumento di comunicazione, ma per essere uno strumento utilizzabile da tutti sono necessarie  innovazioni tecnologiche e nuove interfacce grazie alle quali  chiunque può creare una pagina web personale, senza dover conoscere necessariamente il linguaggio HTML o programmi per FTP.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 weblog etimologia definizioni

 

Introduzione 

La storia dell’uomo è intimamente legata alla necessità di comunicare e la stessa evoluzione umana si può delineare facendo riferimento alle diverse forme e possibilità di comunicazione. Dando uno sguardo al passato possiamo individuare 5 importanti stadi: la prima grande rivoluzione avvenne tra i 90000 e i 35000 anni fa quando si passò da una comunicazione mediante segnali ad una comunicazione verbale, artefice primaria dei progressi dell’uomo. La seconda grande rivoluzione avvenne circa 20000 anni fa, quando gli uomini iniziarono ad utilizzare la scrittura, dapprima in forma ideografica. Una sorta di registrazione su supporto fisico della parola parlata che la libera dall’immediatezza del qui e ora. La terza rivoluzione è quella gutenberghiana, intorno alla metà del quindicesimo secolo, che apre nuovi orizzonti nel campo dell’istruzione e della comunicazione delle idee. La quarta è quella elettronica (telegrafo, radio, cinema e televisione), mentre l’ultima, che è ancora in atto, è quella digitale. La conseguenza più vistosa di queste rivoluzioni è stata quella di far circolare le informazioni ad una velocità sempre maggiore  e a costi via via più bassi. Inoltre, le rivoluzioni in questione si sono succedute nel tempo con ritmi sempre più brevi: tra l'invenzione della scrittura e l'invenzione della stampa sono passati cinquemila anni, tra l'invenzione della stampa e la nascita dei media elettronici non sono intercorsi neppure quattro secoli, tra l’invenzione del cinema e quella del computer neanche 50 anni.  Oggi, nell’era digitale, la verticalità e l’asimmetria della scrittura e di altri mezzi di comunicazione come la televisione sono state finalmente superate: la comunicazione digitale è simmetrica, chi riceve i messaggi può a sua volta inviarne “con pari dignità comunicativa”. La televisione, al contrario,  è un mezzo di comunicazione asimmetrico e verticale in cui i molti che ricevono non possono, di solito, rispondere ai pochi che parlano. Ora invece, grazie alle potenzialità della rete, molti possono comunicare con molti, sullo stesso livello e con la stessa dignità. Purtroppo, però, ci sono ancora delle disuguaglianze nell’accesso e nell’uso delle nuove tecnologie che spero siano superate in futuro.

Alla luce di queste premesse, l’argomento che ho deciso di affrontare nella mia tesi è la blogosfera, l’ultima frontiera della comunicazione nell’era digitale.  Svolgendo questo lavoro ho cercato di utilizzare tutte le conoscenze acquisite nel corso di laurea in scienze della comunicazione e ho esteso le mie ricerche a siti e libri in lingua inglese e spagnola, data l’esiguità di lavori in italiano.

I blog e soprattutto i moblog hanno abbattuto le ultime barriere della comunicazione globale, ormai non è più necessario un pc e una connessione a internet per pubblicare sul web: con un semplice telefonino, viaggiando in metropolitana o passeggiando per le vie del centro, posso scattare una foto  e, tramite un mms, pubblicarla e commentarla su uno spazio in rete.

Fino a pochi mesi fa, avevo sottovalutato questo fenomeno paragonandolo ingenuamente ad una sorta di newsgroup particolare, creato da persone con una gran voglia di comunicare (cosa comunicare poi non conta). Quasi snobbandoli, li  ho evitati  preferendo fonti più “tradizionali” della rete. In seguito, ho avuto la possibilità di avvicinarmi a questo strumento  che esalta al massimo tutte le potenzialità della rete, avvicinando persone che hanno interessi in comune. Come rilevato da Paquet (Paquet, 2003), dopo una ricerca empirica su tre differenti espressioni del WWW (personal knowledge publishing (weblog), open shared knowledge repositories e navigable synthesis ontologies):

 “…il personal knowledge publishing (i weblog) permettono effettivamente un migliore fluire delle conoscenze fra diversi campi disciplinari, rendendo possibile la  costruzione di forti legami fra persone specializzate in differenti discipline.”.

Per riuscire a capire meglio questo fenomeno ho deciso di creare io stesso un blog centrato  principalmente sulla mia tesi. Tuttavia, non volendo ridurre questo esperimento ad una mera pubblicazione on-line della tesi ho chiesto l’aiuto di altri bloggers e di semplici utenti per commentare, già in fase di stesura, il mio lavoro. Inoltre scriverò una sorta di diario on-line sulla mia esperienza di scrittura della tesi. Il mio lavoro, quindi, non si concluderà il giorno della mia laurea, ma continuerà a svilupparsi e ad aggiornarsi anche successivamente.

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1 introduzione